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La scultura di Mirta Carroli Mirta Carroli, tra le varie discipline che segue come nutrimento delle sue sculture, privilegia il teatro e la poesia. Queste, a ben guardare , costituiscono una sorta di humus per la struttura plastica . Il teatro, oltre al testo, è il regno della costruzione dello spazio-la scenoografia-, uno spazio illusionistico tale da creare sensazioni ed emozioni altrettanto quanto il testo e la recitazione. Così Mirta Carroli costruisce i suoi spazi plastici, certamente non in senso "scenografico" , ma trovando consonanza con il fondamento stesso che è alla base della scenografia . Non a caso nello sviluppo del suo percorso artistico Carroli tende, e vi si trova più a suo agio, alla scultura di dimensioni sempre più grandi-si veda, per esempio, il Tempio delle Voci di Brufa ( Perugia )- e, come sul palcoscenico gli spazi, le scene, sono, per così dire, non definitivi, nel senso che si spostano e mutano, così le sculture di Carroli non "chiudono" mai lo spazio definito. La figura della scultura è determinata non dalla pienezza della massa, ma dalla delimitazione dei suoi contorni, dei suoi angoli, sicchè l’esterno del campo definito è sempre in vista e rende l’opera non definitiva, bensì mutevole perché muta il contesto, con la luce, con il tempo. La scultura, in generale, si realizza in modi contrapposti: naturalistico o astratto, a togliere o ad aggiungere, a pieno o a vuoto. Il linguaggio scultoreo di Carroli –per tutti si veda Passo senza fine. La porta del Sud- appartiene ai secondi termini, ed è estremamente importante la terza dicotomia, infatti sono pochi gli scultori che riescono a definire volumi e spazi, forme e masse usando prevalentemente i vuoti – il pensiero corre subito al grande Melotti, e a pochi altri-; gli stessi minimalisti si servono del pieno,e del peso, della lastra o della pietra. E ancora: se la scultura è anche, per certi aspetti statutari, architettura, la scultura di Carroli –per esempio L’ultima Cena –riprende la lezione di quelle architetture in cui si cerca di eliminare il limite di interno ed esterno, dove cioè la costruzione non è una fortezza inaccessibile e segreta, ma al contrario dà la possibilità di lettura delle sue articolazioni interne già nel suo apparire immediato, la facciata e i muri esterni. L’altro grande elemento formativo della poetica di Carroli è proprio la poesia, contemporanea e non, occidentale e non. Anzitutto si possono leggere le sue opere, cioè gli elementi costitutivi di queste, come versi che si accostano e si accordano tra di loro. Ogni scultura dell’artista denota un’armonia poetica profonda, nei ritmi, nelle pause, nelle assonanze, nei contrasti: abbiamo così sculture "dure" –si veda La grande promessa- e sculture più "lievi"-come Cresta del gallo o Erpice-d’impatto immediato- per esempio Il grande carro – e di lenta riflessione –per esempio Dorico. Ma c’è di più. Carroli appartiene a quel genere di artisti che dà grande importanza ai titoli delle opere: ed è proprio in questo che la sua poeticità si dimostra fortemente. I suoi titoli non sono tanto "indicativi"quanto piuttosto "evocativi", appunto come la poesia. La cultura contadina, la storia più profonda dell’uomo, i desideri dell’umanità, i suoi miti sono tutti elementi che saldano fortemente il titolo al contenuto dell’opera, che non risulta mai frenetica o sfrontata, anzi si offre sempre con equilibrata serenità, semplice nelle sue unità compositive formali, ma assai complessa nei contenuti poetici e riflessivi. Giorgio
Bonomi |